“M – Il Mostro di Düsseldorf” (1931) di Fritz Lang: Un tribunale fuorilegge

Scritto il 24/10/2011, 03:10.

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Condannare a morte un uomo privo del controllo sulle proprie facoltà mentali: così avrebbe voluto il tribunale sui generis immaginato da Fritz Lang nel suo “M Eine Stadt sucht einen Mörder” (lett. “Una città cerca il suo assassino”).

Il film, uno dei capolavori del cinema, è del 1931, ma in Italia viene censurato e proiettato solo nel 1960. Nelle nostre sale, la pellicola esce col titolo “M – Il Mostro di Düsseldorf”. In effetti, anche se il film è girato a Berlino e ambientato in una città tedesca senza nome, la trama s’ispira agli efferati crimini commessi da Peter Kürten, il Vampiro di Düsseldorf, feroce serial killer condannato alla pena capitale nel 1930.

Su questa figura, Lang costruisce il suo personaggio: Hans Beckert, alias ‘M’ (il Mörder, Monster e Maniac), un riservato borghese che rapisce e uccide bambine, figlie di lavoratori. Se Kürten era capace di intendere e di volere e, quindi, responsabile dei suoi atroci delitti (almeno per i suoi giudici), ‘M’ commette reati contro la propria volontà, senza comprendere appieno ciò che ha fatto.

Lo sguardo del regista austriaco si rivolge, infatti, al problema dell’imputabilità: fino a che punto un uomo è colpevole, se non ha il controllo delle proprie facoltà mentali? Una domanda che nel film si ricollega, tra l’altro, a una riflessione sulla pena di morte, ancora prevista nel codice penale tedesco di quegli anni.

“A morte!” gridano i malviventi della città che, con l’aiuto dei mendicanti locali, sono riusciti a intrappolare Beckert nel sotterraneo di un edificio abbandonato. Qui, ad accogliere il Mostro è un tribunale fuori-legge. Difatti, la polizia arresterà il Mostro attraverso la criminalità; non è certo un estremo rimedio a un male estremo, ma un segno della debolezza di uno Stato minacciato da un male ignoto, fuori controllo e insito nel suo sistema (Beckert è in apparenza un cittadino integrato nella società: ha un lavoro, una fede al dito e un aspetto comune e inoffensivo).

Beckert vorrebbe essere consegnato alla polizia e, appellandosi al diritto, pretende di essere portato davanti a un tribunale regolare. Un ricercato per triplice omicidio lo accusa: “Tu stesso hai parlato di diritto, e quindi avrai i tuoi diritti. Qui ci sono tutti gli esperti di diritto: da 6 settimane nel carcere di Tegel, fino a 15 anni in quello di Brandeburgo. Ci penseranno loro a far rispettare i tuoi diritti. Ti daremo persino un difensore, così avrai tutti i diritti”.

Inizia uno dei monologhi più coinvolgenti della storia del cinema, reso ancora più intenso dalla grande espressività di Peter Lorre, nel ruolo di ‘M’.

Beckert non si ritiene colpevole, ma vittima di una maledizione che lo costringe ad uccidere. Ed è proprio a causa di questo impulso insano che l’accusa decreta la sua condanna a morte: bisogna impedire che siano commessi altri crimini, e la pena è giustificata in base al reato commesso.

Interviene quindi il difensore, un vecchietto barcollante e alcolizzato – metafora della vacillante, ma ancora intellettualmente lucida, Germania di quegli anni, prossima alla caduta nelle tenebre dell’incubo nazista – cui Lang affida il suo pensiero: “Non si consegna un uomo malato al carnefice, ma lo si affida al medico. Nessun uomo ha il diritto di giustiziare una persona che non è responsabile di quello che ha fatto. Nessun uomo, nemmeno lo Stato. Lo Stato ha il dovere di far sì che questa persona irresponsabile non rechi danno e che essa non rappresenti un pericolo per il prossimo”.

Le parole della difesa accendono i toni del dibattito, finché non irrompe la polizia davanti alla quale i criminali alzano le mani.

Secondo la regia, il giudizio finale può essere delegato solo alle regole statali. Pertanto, la soluzione offerta da Lang è l’autorità della legge che è uguale per tutti.

Maria A. Povia

Vedi il film su youtube

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