Conversazione con Alberto Spampinato – Ossigeno per l’Informazione

Scritto il 26/06/2012, 05:06.

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“Ogni società libera e democratica ha bisogno vitale

di libertà di informazione e di espressione

come il corpo umano ha bisogno di ossigeno”

Sulla spinta delle minacce di morte a Roberto Saviano, a Rosaria Capacchione, a Lirio Abbate e a cronisti che non avevano nessuna visibilità, è stato istituito dalla FNSI e dall’Ordine nazionale dei Giornalisti (con la partecipazione di Articolo 21, Libera Informazione, UNCI) l’Osservatorio di “Ossigeno per l’Informazione”, acronimo significativo di Osservatorio sull’Informazione Giornalistica e sulle Notizie Oscurate con la violenza. Abbiamo intervistato Alberto Spampinato, direttore e fondatore dell’Osservatorio. Spampinato, un giornalista dell’ANSA, è consigliere della FNSI e autore del libro “C’erano bei cani ma molto seri” (Ponte alle Grazie, 2009), in cui racconta la storia del fratello Giovanni, corrispondente del quotidiano “L’Ora”, ucciso a Ragusa nel 1972 all’età di 25 anni mentre rivelava in un’inchiesta un torbido intreccio fra eversione nera, malavita e mafia.


Qual è la missione di “Ossigeno per l’Informazione”?

Abbiamo fondato questo Osservatorio per rompere il muro di indifferenza e di sostanziale negazione del fenomeno dei giornalisti minacciati in Italia. Nel 2008 l’Osservatorio ha cominciato a documentare il crescente numero di intimidazioni e di minacce verso i giornalisti italiani impegnati, nelle regioni del Sud, sul fronte dell’informazione sulla mafia e sulle altre forme di criminalità organizzata. L’analisi delle informazioni raccolte ci ha fatto scoprire che il fenomeno è presente su tutto il territorio nazionale e, di solito, riguarda i giornalisti che trattano notizie scomode per personaggi che hanno potere o forza criminale. Quindi, i giornalisti che si occupano di scandali e malaffare.

Ossigeno verifica questi episodi man mano che ne viene a conoscenza e ne dà notizia, con una newsletter e sul sito www.ossigenoinformazione.it, su cui vi è un contatore delle minacce costantemente aggiornato. Inoltre, il sito riporta i nomi dei minacciati in una tabella. Questo per dimostrare che i casi sono veri e verificabili.

Ossigeno, inoltre, produce un Rapporto annuale e sviluppa iniziative per rafforzare la solidarietà verso i minacciati, che è molto debole, e per far crescere la consapevolezza della gravità di questo fenomeno. In questi 4 anni l’attività di Ossigeno ha destato anche l’attenzione degli osservatori internazionali: proprio le numerose minacce ai giornalisti italiani che abbiamo documentato, sommate al conflitto di interessi in materia radiotelevisiva e alla concentrazione e all’opacità della proprietà delle testate, sono alla base del declassamento dell’Italia in paese in cui l’informazione giornalistica è solo “parzialmente libera” (rapporto Freedom House 2009 e succ.).

Come ottenete le informazioni e quali casi prendete in considerazione?


Alcuni episodi sono segnalati dagli stessi minacciati o dai loro colleghi. Di altri veniamo a conoscenza attraverso segnalazioni del sindacato, dell’Ordine dei Giornalisti, di associazioni o enti o persone che collaborano con noi e ci aiutano nel monitoraggio. L’Osservatorio funziona come una piccola redazione e verifica i singoli casi con gli strumenti dell’inchiesta giornalistica, che ci fa scartare quei casi la cui attendibilità non può essere dimostrata. Rendiamo pubblici solo gli episodi verificati e lo facciamo con il consenso delle vittime o quando i fatti sono già conosciuti pubblicamente.

Quali condizionamenti classificate come intimidazioni?

Oltre alle minacce di morte, alle aggressioni fisiche, alle intrusioni nelle abitazioni e nei luoghi di lavoro, ai danneggiamenti alle cose, tutti episodi che si configurano come precisi reati previsti dal Codice Penale, Ossigeno tiene conto di altre forme di intimidazione che formalmente non si presentano come tali. Ad esempio, le indagini investigative sui giornalisti quando si svolgono senza mandato giudiziario, o quando inutilmente invasive, quando senza necessità di perseguire gravi reati comportano il sequestro di archivi, di computer e di altri strumenti di lavoro dei giornalisti.

Oppure quando si svolgono con perquisizioni invasive, fermi giudiziari, incriminazioni di giornalisti ordinate dalla magistratura con il chiaro intento di scoprire le fonti confidenziali che i giornalisti intendono tenere riservate in base alle prerogative riconosciute ai giornalisti dalla legge istitutiva dell’Ordine e, in modo contraddittorio, dalla legge sulla stampa e dal Codice Penale.

Ossigeno considera atti intimidatori anche i gravi insulti rivolti in pubblico a giornalisti da rappresentanti delle istituzioni, da pubblici amministratori, da chi ha incarichi politici o rappresenta un potere economico. Sono considerati atti intimidatori anche alcuni particolari abusi del diritto:

• le querele per diffamazione fondate su presupposti palesemente pretestuosi;
le citazioni giudiziarie in sede civile per ottenere risarcimenti in denaro quando siano presentate in modo palesemente strumentale, con motivazioni pretestuose e infondate, con lo scopo evidente di bloccare la pubblicazione di notizie e inchieste;
le richieste di oscuramento di blog e siti web avanzate con intenti analoghi.

Non sono soltanto i giornalisti a fare informazione. Come considerate questi altri operatori dell’informazione?

Ossigeno non si occupa solo degli iscritti all’Albo dei Giornalisti, ma di tutti coloro che subiscono minacce e ritorsioni mentre svolgono concretamente lavoro di informazione giornalistica. Quindi blogger, fotoreporter, cameraman, programmisti e registi televisivi impegnati nei servizi di cronaca.

Quanti giornalisti hanno subito minacce, intimidazioni, abusi negli ultimi 5 anni?

Fra il 2006 e il 2008 abbiamo registrato in media 20 episodi di intimidazione o minaccia ogni anno. Ne abbiamo contati così pochi perché abbiamo fatto solo un’osservazione indiretta, raccogliendo i comunicati di solidarietà e i ritagli di giornale disponibili. Dal 2009 in poi, invece, Ossigeno ha fatto una ricerca più attiva dei casi, e ha potuto constatare che il fenomeno è più esteso. Nel 2010 le intimidazioni accertate nominativamente sono state 54. Nel 2011 sono state ben 95. Certamente l’aumento in buona parte si spiega con il cambiamento del metodo di osservazione, è dovuto alla ricerca più attenta, più attiva e sistematica.

Voi distinguete numero di casi e numero di giornalisti coinvolti, che sono molti di più. Chi sono i “coinvolti”?

A volte il bersaglio delle minacce è un singolo giornalista, altre volte è un gruppo di giornalisti o un’intera redazione. In base a questa constatazione l’Osservatorio calcola il numero dei giornalisti “coinvolti” nella minaccia. Il loro numero è aumentato di undici volte in cinque anni: dai 30 del 2006, ai 150 del 2009, ai 250 del 2010, ai 324 del 2011.

Nei primi cinque mesi del 2011 ne risultano 176. Se sommiamo queste cifre, risulta che dal 2006 a oggi, in Italia sono stati minacciati più di mille giornalisti. Sono tantissimi. Quando lo diciamo, i nostri ascoltatori stentano a crederlo, ma è così. E in realtà, sono molti di più. Secondo le nostre stime almeno dieci volte di più.

È difficile rendersene conto dalla lettura dei giornali e dai notiziari radiotelevisivi, che raramente riportano queste notizie, e quando lo fanno non riepilogano i casi precedenti. Inoltre, il fenomeno è in gran parte sommerso perché le vittime fanno di tutto per non fare sapere che sono state minacciate. Perché chi le minaccia impone loro il silenzio stampa. Anche per questo molte vittime non trovano la forza per denunciare i soprusi. Bisogna pensare che è qualcosa di simile a ciò che accade alle vittime del racket, dell’usura, degli stupri.

Cos’è cambiato negli ultimi anni?

Il clima di intimidazione verso i giornalisti, l’intolleranza per il lavoro di cronaca si è esteso. Fra gli episodi del 2011 alcuni sono stati gravissimi: in particolare, le nuove minacce di morte indirizzate in due riprese a Lirio Abbate, e l’assalto alla redazione del quotidiano “Metropolis” di Castellammare di Stabia seguito da un raid che ha impedito agli edicolanti la vendita del giornale.

Numerose sono state le aggressioni fisiche a cronisti, fotografi, operatori televisivi impegnati a seguire fatti di cronaca. C’è stato uno stillicidio di minacce, lettere minatorie, invio di proiettili.

Alcune sentenze clamorose hanno confermato le difficoltà che nascono da una normativa lacunosa e arretrata: la condanna in appello del blogger Carlo Ruta per il reato di stampa clandestina, per fortuna poi assolto in Cassazione; la condanna della pubblicista di Enna, Giulia Martorana, a 20 giorni di carcere per favoreggiamento, per non aver rivelato la fonte delle notizie; la condanna per diffamazione di tre giornalisti di Pescara a un anno di detenzione senza condizionale.

E il 2012 si è aperto con le minacce di morte a Giovanni Tizian. Il suo caso è uno dei più gravi di questi anni. Inoltre sono stati aggrediti numerosi fotoreporter e operatori tv, e vari giornalisti sono stati cacciati pretestuosamente da campi sportivi, sale stampa, questure, consigli comunali, palazzi di giustizia, cortei di protesta: da dove si svolgevano i fatti che dovevano raccontare sui loro giornali. E le querele pretestuose con richieste di risarcimento di milioni euro si sono moltiplicate.

Secondo alcuni è necessario porre un tetto massimo al risarcimento cui può essere condannato un giornalista per aver diffuso notizie diffamatorie o non rispondenti al vero. Come si fa a tutelare il diritto di cronaca senza creare un privilegio di impunità?

Noi pensiamo che la cosa migliore sia sempre imboccare la strada maestra. In questo caso significa chiedere che in materia di diffamazione a mezzo stampa in Italia sia creata una normativa liberale in linea con gli standard vigenti nei grandi paesi occidentali di democrazia avanzata ai quali l’Italia si richiama.

Perciò occorre riformare la legge sulla stampa del 1948, che in materia di diffamazione a mezzo stampa prevede una normativa indegna di un paese democratico.

Questa legislazione apre la strada a gravi abusi del diritto che si manifestano soprattutto sotto forma di risarcimenti pretestuosi, illimitati e spesso immotivati. In Italia, la diffamazione a mezzo stampa è un reato penale, proprio come nei regimi autoritari, e come in quei paesi per i giornalisti colpevoli è previsto il carcere. I grandi paesi democratici hanno rinunciato da tempo a punire con il carcere chi può incorrere in errori anche gravi svolgendo un lavoro delicato e difficile qual è il lavoro di cronaca.

E hanno rinunciato a inserire la diffamazione fra i reati penali. La normativa penale sulla diffamazione e la sanzione del carcere sono un residuo del Codice Rocco e un riflesso di quelle norme che un tempo servivano a proteggere il sovrano assoluto da qualsiasi critica.

Le Nazioni Unite e l’Europa chiedono da molti anni all’Italia di depenalizzare la diffamazione, di regolarla nel codice civile. Finora in Italia neppure gli spiriti più liberali hanno osato proporlo. Noi speriamo di trovare delle voci autorevoli a sostegno della depenalizzazione.

Eppure a livello legislativo ci sono stati dei tentativi per riformare la depenalizzazione…

Sì, più volte. Il tentativo più avanzato di riforma risale al 2004. Il progetto di legge Pecorella, sostenuto anche dal Pd, proponeva di sostituire la pena detentiva con sanzioni amministrative. Tentava, inoltre, di fissare una procedura per cercare di risolvere il conflitto con la pubblicazione di una soddisfacente rettifica. La richiesta della rettifica era indicata come un passaggio pressoché obbligato: solo in caso di mancata pubblicazione di una soddisfacente rettifica, la parte offesa dall’articolo avrebbe potuto chiedere un risarcimento. Era una soluzione di compromesso. Certamente non avrebbe risolto il problema, ma ne avrebbe eliminato le distorsioni più gravi. Quella riforma non fu approvata, la legislatura finì e dopo non se n’è parlato più.

E ora c’è la possibilità di riprendere la questione?

E’ veramente difficile. Parlare di diritti sembra fuori moda. E si fa molta confusione. Quando noi osiamo proporre la depenalizzazione della diffamazione, la maggior parte delle persone che ascolta comincia a protestare: come se depenalizzare significasse non punire.

Negli Stati Uniti la diffamazione a mezzo stampa non è un reato penale, ma è punita molto severamente. Lo stesso avviene in Germania e in tanti altri paesi. L’Inghilterra ha conquistato la depenalizzazione nel 2009, dopo una battaglia lanciata da una o.n.g. di ispirazione simile al nostro osservatorio. Molti paesi ex sovietici hanno depenalizzato la diffamazione e hanno oggi una legislazione più avanzata della nostra.

Come si fa ad arginare le richieste di risarcimento illimitate?

Ci sono già dei parametri a cui i giudici si rifanno, per cui i risarcimenti che vengono riconosciuti molto raramente rispecchiano le richieste. Io credo che la depenalizzazione aprirebbe la strada anche alla soluzione più chiara di questo problema, perché sarebbe finalmente consentito ai giornalisti, come già è consentito ad altri professionisti, di stipulare un’assicurazione di responsabilità civile per gli errori commessi. Ciò porterebbe a fissare dei parametri precisi per il rimborso dei danni e i giornalisti potrebbero fare più serenamente il loro lavoro, non rischierebbero di giocarsi i risparmi di una vita per una notizia data male.

Come trovare un equilibrio tra la tutela della libertà di stampa e di informazione e la protezione di altri diritti quali la riservatezza o la fama dei singoli individui?

Oggi in Italia manca un chiaro status della libertà di stampa. Bisogna risolvere la contraddizione che c’è fra l’articolo 21 della Costituzione, che consente tutto in nome della libertà, e le leggi successive, molto più limitative: quelle sulla diffamazione, sul segreto professionale, sull’accesso alle informazioni giudiziarie e sulla loro pubblicazione.

Queste leggi si rimangiano gran parte della libertà concessa dall’articolo 21. Ad esempio, il segreto professionale non vale se il magistrato insiste nel chiedere la fonte di una notizia. Il magistrato può punire molto severamente un giornalista che si trincera dietro il segreto professionale. E se un giornalista pubblica il contenuto di atti giudiziari non segreti, conosciuti dalle parti, e lo fa senza il consenso implicito del magistrato, rischia quanto meno la condanna per pubblicazione arbitraria di atti.

Tutto ciò pone seri limiti al diritto di informare, impone di restare molto al di sotto di quelle che sono le reali esigenze di trasparenza di una società democratica. E quindi si innesca un braccio di ferro fra i giudici e i giornalisti, che cercano di superare limiti che considerano ingiusti.

Spesso va bene, ma a volte anche i giornalisti sbagliano. Sbagliano perché è difficile trovare precisi riscontri su fatti di rilevante interesse in corso di svolgimento.

Inoltre, i giornalisti italiani non hanno accesso diretto ai documenti. Ad esempio, per gli atti giudiziari lavorano sulle carte ottenute sottobanco da una delle parti, in genere su una documentazione parziale e quindi avendo una visione parziale degli atti. Altre volte i giornalisti esagerano, violano la riservatezza di persone marginalmente coinvolte, o si innamorano di una tesi precostituita e la difendono a dispetto della realtà.

Come fanno negli altri paesi?

Nei paesi democratici si lascia correre molto, si considera come limite la buona fede e la voglia di arrivare alla verità. Si considera la stampa come il cane da guardia del potere. I cani da guardia non abbaiano solo contro i ladri, ma anche contro le suore e i postini. Se ogni volta che abbaiano alle persone sbagliate ricevono una bastonata, dopo non abbaieranno neppure ai ladri. In Germania pochi anni fa è stato cambiato il codice penale perché consentiva le stesse ambiguità di quello italiano: è stato stabilito che quando un giornale, nell’interesse generale, pubblica notizie tratte da documenti che avrebbero dovuto restare segreti, è perseguibile per la fuga di notizie solo il pubblico funzionario che le ha lasciate filtrare e “non” il giornalista che le pubblica.
Quella riforma è stata varata di fronte a un grande scandalo che coinvolgeva uomini di governo sulla base di documenti dei servizi segreti. Invece, in Italia negli stessi anni si è tentato di introdurre una vera e propria legge bavaglio.

Nel 2006, il Comitato dei diritti umani dell’ONU ha chiesto all’Italia che il reato penale di diffamazione non sia più punibile con le attuali pene detentive. Nello stesso anno, con la riforma dei reati di opinione, le sanzioni detentive previste per il reato di vilipendio furono sostitute con pene pecuniarie. Perché, secondo Lei, non si è fatto lo stesso anche per la diffamazione?

I richiami all’Italia sono stati autorevoli e numerosi. Sono venuti anche dal Consiglio d’Europa e dall’OSCE. Ne sono arrivati anche nel 2010 e nel 2011. Eppure, i nostri governi e i nostri legislatori fanno orecchio di mercante.
I giornali non ne parlano e molti giuristi hanno smesso di alzare la bandiera del pieno rispetto dei diritti universali. In Italia i diritti sono fuori moda e la piena libertà d’informazione fa paura. Molti la considerano qualcosa di eccessivo, un fatto eversivo. In effetti, lo è: un’informazione giornalistica veramente libera aiuterebbe a cambiare molte cose che non vanno. Spero che prima o poi l’Italia se la possa permettere.

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1 commento su “Conversazione con Alberto Spampinato – Ossigeno per l’Informazione”

  • 26 settembre, 2012, 18:36
    Leggeweb

    “Le Nazioni Unite e l’Europa chiedono da molti anni all’Italia di depenalizzare la diffamazione, di regolarla nel codice civile”.
    A. Spampinato link all’articolo).

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