Conversazione con Mauro Palma – La Legge cd. “svuota carceri”

Scritto il 10/05/2012, 09:05.

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A pochi mesi dalla sua entrata in vigore, la cd. Legge “svuota-carceri” fa discutere. Sulla questione abbiamo intervistato Mauro Palma (ex Presidente del Comitato Europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti)

 

A pochi mesi dall’entrata in vigore della L. 17 febbraio 2012, n. 9, conversione in L. del cd. “svuota carceri”, decr. l. 22 dicembre 2011, n. 211, qualcuno ha già tracciato un bilancio. Lei cosa ne pensa?

Diciamo subito una cosa, chi aveva descritto questi provvedimenti come un indulto mascherato è stato smentito dai fatti. Il dato positivo è che i numeri dei detenuti registrano una certa flessione, seppure anche prima del provvedimento Severino fossero già in diminuzione, quantunque lieve.

È ben evidente, tuttavia, che non c’è stato nessuno svuotamento delle carceri. Si è, infatti, intervenuti più sul ridurre gli ingressi che non sul permettere l’uscita di chi già stava dentro. Il provvedimento comunque continua a sostenere una linea corretta e giusta a livello di impostazione, ma rimane assolutamente insufficiente davanti alla drammaticità dei numeri.

Attualmente, i detenuti diminuiscono di circa 80-100 al mese. L’uscita di 80-100 persone al mese significa l’uscita di circa 1000 persone l’anno. Paradossalmente, di questo passo impiegheremmo 20 anni per assorbire il sovraffollamento attuale di 20.000 persone.

L’art. 558 c.p.p. prevede, almeno in prima battuta, che l’arrestato sia posto al proprio domicilio o nelle camere di sicurezza delle forze di polizia: è adeguata questa modifica al codice di procedura penale?

Le Camere di Sicurezza non sono idonee, sia per motivi strutturali sia per il contatto troppo diretto con chi esegue l’arresto.

Molto spesso l’arresto o il fermo sono operazioni drammatiche, c’è un elemento di tensione, le persone reagiscono, ed è bene che non siano gli attori diretti dell’arresto o i loro colleghi ad averle poi sotto la propria responsabilità.

La cosa migliore è che ci siano trasferimenti di responsabilità e di custodia e che ognuno registri pienamente come la persona è stata consegnata: stato di salute, visite fatte facendo spogliare totalmente la persona per esaminarne la condizione fisica. Sarebbe una tutela anche per le forze dell’ordine.

È importante che lo Stato si trovi sempre nella posizione di poter confutare una possibile falsa denuncia di maltrattamento, perché l’opacità paga coloro che hanno interesse a mantenere situazioni ambigue.

E ovviamente è importante che, nel caso di denunce confermate, si possa procedere e si proceda contro chi le ha commesse.

Una proposta?

Sfruttando il patrimonio edilizio di molte città, si possono trovare luoghi di breve alloggiamento intermedio tra il fermo e l’udienza di convalida o tra l’arresto e l’udienza per direttissima.

Dovrebbero comunque essere luoghi con standard adeguati e ove sia garantito anche un sostegno psicologico; soprattutto che siano sotto la responsabilità di un’altra amministrazione (per esempio la polizia penitenziaria).

Cosa ne pensa dell’arresto domiciliare?

La condizione domiciliare consolida le disparità sociali.

Prendete il caso di chi abita in una casa lussuosa al centro e chi in una periferia degradata. Per attuare pienamente la detenzione domiciliare occorre investire nel sociale per offrire possibilità di accesso e di condizioni adeguate anche a chi è socialmente debole o marginale.

Potrebbero esservi soluzioni incisive?

Il problema è che questi provvedimenti sono provvedimenti tampone e molto lievi.

Il ministro Severino ha sostenuto che li avrebbe congiunti a un altro provvedimento attualmente in uso per la giustizia minorile: la “messa alla prova”, quando dopo il primo reato commesso viene offerta la possibilità di essere posto sotto sorveglianza.

Questa “messa alla prova” ha funzionato perché i giovani sono seguiti da una struttura forte. Ora la proposta è giunta in discussione in Parlamento e questo mi sembra un provvedimento che si muove nella direzione giusta.

Tuttavia, insieme alla “messa alla prova” andrebbero toccati i due nodi fondamentali del problema carcerario: la carcerizzazione dei tossicodipendenti e la ex-Cirielli. Nell’art. 73 D.P.R. 309/90 c’è un appiattimento di figure criminose (importa, esporta, commercia, detiene, ecc.) che in realtà esprimono fisionomie criminali diverse.

Bisogna trovare un modo efficace per diversificare tutte le sfumature di reati legati alle tossicodipendenze; quantomeno intervenendo sul quinto comma dell’articolo dove si prevede il carcere anche nei casi di lieve entità.

Inoltre, si deve cambiare la ex-Cirielli che, mentre accorcia la prescrizione, rende le misure alternative molto difficili da ottenere per chi è recidivo.

Spesso, il reato reiterato è proprio quello predatorio, di strada, grave, ma che connota una figura criminale minore, rispetto, per esempio, al grande bancarottiere o all’omicida, più difficilmente recidivanti. Finché non si toccano questi due nodi, potenziando le misure alternative per alcuni reati, anche reiterati, e diversificando le fattispecie rispetto al problema della droghe, qualunque provvedimento è destinato ad essere un palliativo.

L’Italia si può rifare all’esperienza positiva maturata in altri Paesi?

Vi cito l’esempio del Portogallo, in cui il sovraffollamento è diminuito negli anni. I principali provvedimenti che hanno inciso sul sistema carcerario portoghese sono due.

Il primo sulla custodia cautelare in carcere: una norma che, fermo restando i tre criteri vigenti nel loro come nel nostro codice (il pericolo di reiterare il reato, il pericolo di fuga e inquinamento delle prove), esclude la custodia cautelare in carcere, tranne che per quei reati la cui pena massima sia superiore ai 5 anni.

Il secondo provvedimento ha cambiato la legge sulle droghe, distinguendo un pacchetto di reati per così dire ‘social oriented’ da quelli di un carcere più duro. Un altro Paese che ha evitato il sovraffollamento è la Germania, costruendo però più strutture.

In alcuni Paesi europei, pur essendovi un numero di detenuti superiore a quello italiano, non vi è sovraffollamento carcerario: si può parlare di sottodimensionamento strutturale del nostro sistema penitenziario?

Sono due parametri totalmente diversi.

Da una parte bisogna calcolare quanti detenuti ci sono ogni 1000 abitanti (“prison population rate”), dall’altra quanti posti ci sono per ospitarli (l’Italia ha 45 mila posti letto).

Ci sono Paesi che hanno più detenuti di noi però hanno tanti posti, come per esempio la Russia (non è un caso che dove ci sono tanti posti c’era un regime totalitario).

Il problema, però, è capire perché cresce la popolazione detenuta pur non crescendo o non crescendo della stessa entità il numero di reati: è segno di una tendenza di richiesta sociale verso la carcerizzazione. Questo ci deve far riflettere: in passato molte situazioni si sono gestite non seccamente con il carcere, ma con altre misure tendenti a dare un ruolo positivo al sociale.

(Intervista realizzata da Andrea Berri)

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