Conversazione con Luigi Giannelli. Luogo e Logos per la riabilitazione dei detenuti

Scritto il 10/12/2012, 01:12.

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Luigi GiannelliIl carcere è parte della società in cui viviamo. Per la tutela della società intera è fondamentale che esso abbia come finalità l’assunzione di responsabilità e la riabilitazione di coloro che hanno commesso errori. Pur nella sua durezza, un istituto penitenziario deve mirare al reinserimento sociale; obiettivo che si raggiunge in strutture adeguate, con attività rieducative e dialogo fra la comunità esterna e interna.
Per vedere come funziona una struttura penitenziaria definita più volte d’eccellenza, abbiamo intervistato l’Ispettore Superiore di Polizia Penitenziaria in servizio presso la Casa Circondariale di Rebibbia n.c., Luigi Giannelli.
 

Nel panorama carcerario italiano, il complesso di Rebibbia è stato più volte definito una struttura di eccellenza. Partiamo dal luogo…

Negli anni 60 nasce Rebibbia per merito e opera dell’architetto Sergio Lenci.

La struttura fu costruita ispirandosi a dei criteri precursori sul recupero del detenuto e sulla riflessione dello stesso sui propri atti.

Per giungere a ciò, nella mente dell’architetto si era formata decisamente l’idea di un ambiente, di uno spazio, di colori che fossero di sprone al pensiero degli abitanti di un nuovo genere di comunità confinata.

In sostanza,  il carcere doveva essere tale solo per la restrizione della vita del detenuto, non solo non privandolo del resto, ma anche ispirandolo con mezzi visivi a quella che si potrebbe definire risalita del valore morale profondo.

A questo tra l’altro si ribellarono all’epoca diverse strutture di diversi generi: dai semplici ed eterni giustizialisti – che vedevano la detenzione sotto forma di un obbligato ed umiliante “bugliolo” – ad arrivare sino alle ormai tristemente note brigate rosse che addirittura attentarono alla sua vita, per fortuna senza successo, ma lasciando all’architetto un segno indelebile della loro iniquità sia morale che sociale: un proiettile nel cranio che il professionista dovette portare con sé (fu giudicato in estraibile) in una parte del cranio per tutta la vita.

Ciò detto, passiamo alla cosiddetta eccellenza del nostro istituto.

Così probabilmente è stata definita nel tempo grazie alla presenza molto, ma molto più umana, rispetto agli altri istituti di pena, delle proprie strutture, strutture attenzione, create sì, ma soprattutto seguite da tutti i componenti del personale operante, dal singolo agente ai vari direttori.

Inoltre c’è da dire che grazie anche agli spazi come furono concepiti, nell’istituto esiste una “vera” chiesa, un “vero” teatro, una “vera” piazza.

Tanto che mi viene in mente un aneddoto: nell’occasione dell’inaugurazione della piazza (regolarmente registrata con decreto del Comune di Roma come una delle 100 piazze della Capitale) il Cappellano chiese di poter dar nome alla chiesa “Chiesa del Padre Nostro”; poi il direttore propose di chiamare la piazza “Borgo nostro”. A questo punto proposi di chiamare il teatro… “Cosa nostra”.

Ovviamente, oltre alle grandi risate, i primi due furono accettati mentre il teatro fu intitolato ad un educatore scomparso: Piero Angerosa.

C’è da dire che la piazza è ancora adesso un luogo di incontro, per colloqui premiali, tra i bambini e i genitori detenuti, che possono usufruire degli spazi e delle strutture (gazebi, panchine, macchine distributrici di bevande, ecc.) presenti oltre alla chiesa.

La Chiesa è stata e continua ad essere un punto d’incontro, non solo della fede che si risveglia nelle persone, ma anche per tanti personaggi esterni, religiosi o meno, che l’hanno onorata con la loro presenza.

Gli stessi Pontefici (Papa Giovanni Paolo II nel 1983, nella visita al suo attentatore Aly Adgjac, e per ultimo Papa Benedetto XVI nel 2011) hanno avuto parole di grande ammirazione per come venivano condotti i rapporti umani e religiosi con i reclusi e si sono dimostrati quasi stupiti per l’aspetto funzionale della struttura.

Va segnalato che nel 1989, nella Vigilia di Natale, proprio nella Chiesa, per parte del Teatro dell’Opera di Roma, fu al suo interno rappresentato “Il Nabucco” con coro e orchestra diretta dal Maestro Morandi. Un regalo che ci fu fatto dall’allora sovrintendente Giampaolo Cresci.

Fu un momento di grande emozione che, ne sono certo, avrebbe coinvolto anche il grande maestro Verdi.

A parte ciò, la stessa chiesa è anche frequentata dagli ortodossi con il loro cappellano, mentre la piazza si presta per ricevere la festa del Ramadan per i detenuti di religione musulmana, oltre ad essersi prestata spesso per le feste della musica con la partecipazione di famosi artisti e cantanti, tra cui Gianni Morandi, Paola Turci, Max Gazzé, Claudio Baglioni….

Ma parliamo del teatro. Del vero teatro. Questo può ospitare comodamente 350 persone, ha un suo palcoscenico, le sue quinte, il suo piccolo ufficio, tutte strutture aggiuntive create con l’aiuto dei “cittadini” detenuti, cui sono ricorso, scegliendo e invitando ognuno tenendo conto della specializzazione che svolgeva in libertà (falegnami, carpentieri, fabbri, muratori, ecc.), alla cui passata collaborazione devo riconoscenza per come si sono prodigati instancabilmente alla realizzazione di quanto progettato.

Questa struttura, di cui sono ancora innamorato, a causa di altri incarichi ricevuti, è dal 2001 stata affidata a varie persone esterne che mandano avanti i progetti, l’ultimo dei quali – il film dei fratelli Taviani “Cesare deve morire”, organizzato dal regista Fabio Cavalli che con la sua associazione “Enrico Maria Salerno” ha portato a termine, creando all’interno la compagnia teatrale dei Liberi Artisti Associati (detenuti in alta sicurezza con lunghi “fine pena”), oltre all’organizzazione di questo film, anche una serie di spettacoli che hanno avuto il plauso di scolaresche e del pubblico esterno.

Non posso ora non parlare dell’importanza delle scuole e della nostra bellissima biblioteca, così chiamata “Papillon” in onore dello scrittore Henri Charriere.

La biblioteca, nata con l’aiuto di privati cittadini che hanno donato libri, è un luogo anch’essa di ritrovo, di confronti con ospiti esterni, di presentazioni di nuovi libri.

Vi operano alcuni giovani studenti detenuti che la gestiscono sotto la direzione delle Biblioteche di Roma, ed è bello sottolineare la bellezza delle modalità in cui questa Papillon è quotidianamente vissuta.

Al suo interno sono praticamente esclusi controlli continui, vige un clima di fiducia e di simpatia che sinora non ha mai deluso. Quando mi capita di entrarvi, mi sento osservato dall’alto da titoli importanti, da nomi famosi, come un invito alla libertà, e guardando gli occhi di questi ragazzi, vi leggo puntualmente fiducia e speranza nel futuro.

Con essi mi confronto, parlo, ascolto soprattutto e capisco, comprendo problemi e situazioni ma intorno ad esse proprio qui alla Papillon aleggia il seme della rinascita, così almeno credo e voglio sperare. Ogni sera, al mio rientro a casa, guardando gli occhi di mia moglie e mia figlia, osservando il mio gatto ed il mio cane, ricordo con piacere quella speranza che ho sentito nell’aria, pur non avendo a casa portato il mio lavoro, quella sensazione mi conforta e conservo nell’ampolla dei miei pensieri la consapevolezza dell’entusiasmo e dell’amore per il mio lavoro.

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Tra le attività per i detenuti organizzate a Rebibbia, ci sono lo Sport e il Teatro. Quanto sono importanti tali attività per il lavoro sulla regola e per la ‘presa di responsabilità’?

Ed ora, la pagina sportiva.

È evidente la rilevanza educativa dello sport nell’ambito di una detenzione.

Lo sport è a livello conscio ed inconscio disciplina, educazione civica, rispetto. Tutte queste cose ben celate nel divertimento di chi vi assiste e, meglio, di chi lo pratica.

Da non trascurare lo sfogo fisico e mentale che ne deriva. Uno scarico della tensione e spesso dell’aggressività. Quando organizziamo dei piccoli tornei interni di calciotto, creiamo negli atleti detenuti, oltre che ad un diversivo utilissimo per il morale, anche un preciso senso di responsabilità insito nella partecipazione ad una contesa sportiva.

Abbiamo visto personalmente detenuti riabilitati con loro stessi effettuare serene e convinte autocritiche del proprio passato, esattamente in coincidenza dei loro successi (o insuccessi) nell’ambito sportivo. Spesso organizzo triangolari con squadre di vari reparti ed anche esterne, nonché con la rappresentativa della Polizia Penitenziaria. Io stesso fungo da arbitro e devo dire che vedo con soddisfazione e compiacimento comportamenti tali che potrebbero essere d’esempio a tante brutture sportive che spesso vediamo svolgersi all’esterno anche nelle grandi squadre nazionali.

Mentre la mia ultima esperienza in campo è stata quella di vedere un giovane giocatore detenuto correre nel gioco con l’entusiasmo e il senso della libertà espressa come da un’aquila che si libra in volo.

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Nel caso specifico del teatro, può spiegarci cosa significa in teoria e in pratica “lo spazio neutro” e come agisce sull’individuo la spersonalizzazione?

Quello che ho voluto chiamare “Spazio Neutro”, rappresenta un valore più che semantico – in realtà il gioco dei sostantivi è chiaro di per sé – ma decisamente formale.

Perché è di una neutralità che si ha bisogno nei momenti di maggior scesa del proprio inconscio, di uno spazio dove questa possa agire ed interagire e di un momento di creazione intellettuale del proprio excursus di vita.

Perciò, nello spazio neutro, non ci sono celle, sbarre, manette, non ci sono divise, stellette ed ordini, non brande e non corridoi bui, ma soltanto strade da percorrere nella purezza di un solo pensiero, finalizzato ad un obbiettivo presuntuoso ed ambito, raggiungibile solo con la propria ed unica neutra volontà, primaria volontà, ordinante volontà: la catarsi di una parte della propria coscienza.

Appalto questa in special modo dei detenuti più giovani, coloro cui comandare l’astinenza da droga (intesa in senso lato e ricordando che anche il crimine di per sé è droga) è più facile e più difficile al tempo, poiché è decisione che spetta a loro stessi e dunque decisione che può essere deliberata unicamente in uno spazio neutro, uno spazio ove appunto non vi siano ordini se non provenienti da se stessi.

La spersonalizzazione addiviene esclusivamente nei casi in cui la consapevolezza del numero che si rappresenta è appunto creata dalla mancanza della neutralità del rapporto umano che non esiste tra le mura esterne ed interne di una cella, ma si raffigura e crea in uno spazio neutro dove il detenuto non è più un numero ma un cittadino detenuto con la sua personalità. Anche perché il carcere, in fondo ma non troppo, è parte integrante e necessaria della società in cui viviamo, un mezzo certamente duro, che può però essere alleviato da “spazi neutri” ma necessario alla tutela del cittadino comune.

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Veniamo al suo ruolo di Comunicatore. Perché è importante alimentare il dialogo verso l’esterno e quali sono gli errori in cui si può incorrere parlando di carcere o rappresentandolo?

Io Luigi Giannelli, così definito il comunicatore. È bene che si sappia che la comunicazione, ed è inutile ribadirlo a chi di tanto s’intende, è una componente essenziale del rapporto umano.

La base della comunicazione, almeno come io la intendo, è l’amore per il proprio lavoro, il vederlo veramente come una sorta di missione; l’amore per il prossimo e in particolare per il prossimo sofferente.

Non ho mai ceduto alla tentazione di spersonalizzare il detenuto e agire in molte circostanze in modo informale e meccanico. Come se fossi un medico, voglio soffrire per le piaghe che sto curando, comprendere e sentire il dolore di chi devo operare.

Voglio dire che sin quando riuscirò a sopportare il peso di una responsabilità nei confronti di tanti e tanti che non hanno né diritti né difese, riuscirò ad esser strumento, senza peraltro lasciarmi strumentalizzare, della auspicabile rinascita di un essere umano restituito con dignità alla società dalla quale proveniva.

La mia “comunicazione” consiste nel capire e nel far comprendere che ciò che si fa, le opere, le omissioni, provengono da se stessi e che solo noi siamo in grado di decidere del nostro futuro destino.

È un po’ come i medici che raccomandano di non fumare: smettere di fumare è senz’altro una decisione autonoma dove il medico non può obbligare taluno a dismettere il fumo, ma può comunicargli con i mezzi a propria disposizione, gli enormi danni che il fumo ha procurato al paziente.

Risveglio di coscienza? Invito, anche per questo, i giovani in carcere a non abituarsi mai, a non cedere all’ambiente che occupano, ma a vederlo proprio come un possibile tumore che potrebbe un domani colpirli in maniera grave se non definitiva, come su tanti, con enorme tristezza, ho avuto modo di osservare.

Faccio e farò ancora del mio meglio e, se con la mia “comunicazione”, con l’aiuto dello Spazio Neutro, con il supporto di tutte le belle strutture a disposizione, uno solo su venti detenuti, riuscirà a riabilitarsi con la società, ma soprattutto con se stesso, allora, come disse un grande della storia, il mio lavoro non sarà stato inutile.

Luigi Giannelli, Ispettore Sup. Polizia Penitenziaria in servizio presso la Casa Circondariale Rebibbia N.C. dal 1987 – prima ancora nella Casa di Reclusione di Volterra dal 1982 svolge l’attività di responsabile delle Attività Sportive Scolastiche e del SERT – delle Pubbliche Relazioni dell’Istituto.

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