Liberalizzare (o rottamare) la professione forense?

Scritto il 3/03/2012, 07:03.

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L’Italia è un Paese duro da cambiare.

La discussione in atto sulle liberalizzazioni dimostra che c’è un disorientamento ed una confusione, non soltanto nella c.d. “opinione pubblica” ma anche tra gli addetti ai lavori, che non aiuta di certo a comprendere quale sia il fenomeno da debellare e quale sia l’obiettivo da raggiungere.

Il mito delle liberalizzazioni sta colpendo, prima di tutto, purtroppo, il sistema delle professioni. E quindi, di conseguenza, anche quella forense.

Non si tocca, invece, il mondo dove i privilegi esistono davvero. Penso all’impianto dei servizi pubblici, dove le aziende che per eredità divina erogano (in regime di monopolio, quello sì) le loro prestazioni, non conoscono né concorrenza né gare per ottenere l’affidamento.

Le professioni “liberali”, invece, quelle sì, sono da liberalizzare. Ed è sintomatico che, da sempre appannaggio del Ministero della giustizia, il loro destino è invece – sotto al c.d. “Governo dei professori” – affidato ai Ministeri economici.

Il mercato. In nome di questo termine – che inizia davvero a pervadere l’intera società – tutto deve essere ripensato e ristrutturato. Forse tra qualche tempo anche i sacerdoti saranno selezionati dal “mercato”. Chi predica bene proseguirà nella sua attività pastorale, chi all’omelia avrà pochi fedeli sarà destinato alla rottamazione.

Cosa ci sia da “liberalizzare” nella professione dell’Avvocato (che è professione di carità, come diceva Calamandrei, non certo “mercantile”) nessuno lo sa. Non certo i compensi, ché l’inderogabilità delle tariffe minime era stata già soppressa dal Governo Prodi (quando Bersani era Ministro dello sviluppo economico). Non certo la possibilità di stipulare un “contratto” tra difensore ed assistito, posto che anche questo istituto esiste, in Italia, dal 2006. Né a dire che l’avvocato oggi non possa farsi pubblicità (che, come tutti sanno, è l’anima del commercio), atteso che non vige più il relativo divieto (il che ha fatto rivoltare nella tomba i grandi giureconsulti del novecento).

L’unica cosa che si può rendere “libero”, allora, è lo svolgimento dell’attività professionale forense. E ciò avverrebbe attraverso l’abolizione dell’esame di abilitazione. Un esame che oggi a dire il vero “seleziona” poco (a detta dei praticanti avvocati “testoni”, che non riescono a superarlo, ciò non sarebbe peraltro vero), ma che rappresenta pur sempre un “filtro” ad un accesso indiscriminato.

La categoria degli avvocati, come forse saprà la maggioranza del popolo italiano, non è a numero chiuso, nel senso che per esercitare la professione non c’è un “concorso” (a posti limitati, come avviene per i notai, tanto per fare un esempio), ma solo – appunto – un esame. E tuttavia il numero degli avvocati, in Italia, è elevato (sfiora le 230.000 unità!).

L’Avvocatura, a causa del penoso stato in cui versano gli studi giuridici universitari italiani, è diventato un ammortizzatore sociale: il laureato in legge che non riesce a vincere il concorso da vigile urbano si “accontenta” di iniziare il tirocinio forense, anche se sa già che diventerà un semi-disoccupato, o che per campare si dovrà occupare dell’impugnazione di multe per divieto di sosta.

Ad ogni occasione, quando si parla dei mali della giustizia, si dice che gli avvocati in Italia son tanti, troppi. All’inaugurazione di ogni anno giudiziario i magistrati dicono che la colpa della lentezza dei processi la si deve, in gran parte, agli avvocati, che appunto “sono troppi”.

Il leit motiv di questo concetto – lo avrete sentito dire migliaia di volte – è che a Roma ci sono più avvocati che in tutta la Francia.

Ed allora, se eliminiamo pure l’esame di abilitazione, quanti diventeremmo in una sola notte? Qualche milione. E questo farà davvero dire che “il mercato” è stato soddisfatto e che il cittadino avrà dei vantaggi? La contraddizione è troppo evidente per essere commentata.

Eppure gli avvocati, pur essendo un esercito, non riescono non solo ad essere quella “lobby” che i mass media tentano di dipingere come tale ma neppure hanno voce all’interno delle “stanze dei bottoni” (sebbene molti deputati e senatori provengano dalle fila dei legali!). Si tratta di uno strano fenomeno, nel quale il numero non fa la forza.

C’è una ragione di fondo che spiega tutto questo. Ed è il tradizionale, endemico, individualismo degli avvocati. Date a trenta avvocati il compito di scrivere una norma di legge composta da un solo articolo e verranno fuori trenta versioni differenti. Se, da un lato, questa è l’essenza stessa della più bella e nobile delle professioni liberali, dall’altro essa costituisce anche un suo limite.

E’ arrivato, allora, il momento di “partecipare” a processi riformatori, senza mettersi di traverso a tutto ed a tutti. Ma questi processi non possono portare comunque allo svilimento del mandato difensivo, alla mercantilizzazione della professione (che era e resta ancora fondata su un modello di attività artigianale), alla visione dell’avvocato quale imprenditore, all’apporto di capitali negli studi legali da parte di chi avvocato non è né vuole essere (perché mira solo al profitto).

Non si può, quindi, pur essendo venuta l’ora dei cambiamenti, paragonare l’avvocato al droghiere, che richiesto della propria prestazione dice all’assistita: “signora, sono due etti in più; che faccio, lascio?”.

In nome del “mercato” non si può pretendere che l’avvocato rediga un preventivo sul costo di una controversia che si intenderebbe promuovere per tutelare un proprio diritto, come si farebbe con un carrozziere al quale si affida la propria autovettura ammaccata (che la causa giudiziaria ha delle variabili imprevedibili e non previamente “quantificabili”).

C’è un limite di decoro, prima di tutto. Anche prima del profitto.

Ogni persona che si affida ad un avvocato deve sapere (appunto come insegnava Calamandrei) che “molte professioni possono farsi col cervello e non col cuore. Ma l’avvocato no. L’avvocato non può essere un puro logico, né un ironico scettico, l’avvocato deve essere prima di tutto un cuore: un altruista, uno che sappia comprendere gli altri uomini e farli vivere in sé, assumere su di sé i loro dolori e sentire come sue le loro ambasce. L’avvocatura è una professione di comprensione, di dedizione e di carità”.

Avv. Rodolfo Murra

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